Categoria: Veterinario

  • Leishmaniosi – Sintomi e Prevenzione

    Malattia subdola, dall’andamento talvolta silente; in altri casi, invece, rapidamente progressivo, la leishmaniosi canina è, sopratutto negli stadi più avanzati, di difficile controllo terapeutico.Da qualche tempo, tuttavia, è disponibile sul mercato un vaccino sulla cui efficacia e sicurezza, come si legge sul sito dell’istituto Superiore di Sanità restano ancora molti i punti da chiarire.

     

    Dove è diffusa la leishmaniosi

    Tra le zoonosi più preoccupanti, questa malattia in Italia e in Europa è provocava dal protozoo Leishmania Infantum tramite l’intervento di un insetto pungitore, il flebotomo che colpisce il cane e, sporadicamente, anche l’uomo (in Italia sono segnalati in media 150-200 casi di leishmaniosi umana ogni anno). Un tempo, questa malattia era tipica delle regioni esotiche ed era diffusa, in particolar modo, nella fascia costiera del mediterraneo; oggi, invece, è presente anche in zone che un tempo erano completamente estranee a questo fenomeno. In generale, si tratta sicuramente della patologia canina più importante del mediterraneo. Si calcola che in Spagna il 7% della popolazione canina totale ne sia colpita e, in altre regioni, la percentuale sale fino al 40%. Nell’area Sud-Est dell’Europa si sta osservando un aumento generalizzato della prevalenza della malattia, cioè del numero di casi registrati. per quanto riguarda la situazione nel nostro paese, fino agli anni ’80 il fenomeno era limitato alle zone costiere del centro e del sud mentre, a partire dagli anni ’90 si è verificato un aumento di nuovi casi di leishmaniosi in tutte le regioni endemiche e, contestualmente, sono iniziate le segnalazioni di focolai in aree che tradizionalmente erano da definirsi non endemiche (in particolar modo, le regioni del nord). Nel sud, tuttavia, la situazione è molto grave anche a causa del dilagante fenomeno del randagismo con gruppi di cani vaganti che fanno da veri e propri serbatoi della malattia. L’aumento esponenziale dei casi registrati in Italia negli ultimi anni ha fatto si che questi divenissero oggetto di sorveglianza da parte di u progetto nazionale e di un sottoprogetto europeo chiamato EDE-LEI che ha l’obiettivo di valutare l’impatto dei mutamenti climatici ed ambientali sulla diffusione della malattia. In un’indagine condotta nel 2009 su 234 cani appartenenti a 60 razze diverse che avevano trascorso almeno una stagione di trasmissione in alcune aree della Lombardia e dell’Emilia Romagna, 7 cani sono risultati clinicamente sintomatici, mentre la sieropositività alla leishmaniosi si è rivelata più che doppia nel 2006. I risultati dello studio hanno confermato l’espansione e la stabilizzazione di questa malattia canina nel territorio pre-appenninico preso in esame. Si tratta di un dato decisamente interessante reso ancor più grave dall’elevata percentuale di soggetti sieropositivi nei canili o comunque in situazioni di promiscuità con altri cani o animali (ad esempio negli allevamenti di pollame) che pone il problema della possibile trasmissione della malattia anche senza l’intervento di un vettore o che, piuttosto, suggerirebbe l’importanza della promiscuità quale elemento di attrazione del flebotomo e dell’instaurarsi di colonie di parassiti.

     

    Il flebotomo all’origine della malattia canina

    Il vettore della leishmaniosi è un insetto particolare che si chiama flebotomo (dal greco flebòs che significa vena e temno, ossia taglio. Questo insetto è lungo circa 2-3 mm; quindi si tratta di un animale più piccolo di una zanzara, di color giallo sabbia in grado di provocare fastidiose irritazioni mediante la sua puntura. Il suo volo, però, a differenza di quello della zanzara è silenzioso e ne giustifica la definizione nota di pappatacio. L’interesse per i flebotomi è da ricondurre alla loro capacità di fungere da vettori biologici di questa malattia. Ad oggi, in Italia i flebotomi di specie perniciosus, perfiliewi, neglectus e ariasi sono vettori provati di leishmania infantum. Solo le femmine del flebotomo sono in grado di diffondere la malattia perchè, a differenza del maschio,, sono ematofaghe e cioè si nutrono di sangue con la possibilità di assumere il protozoo e di ospitarlo nel proprio organismo. In particolare, dopo la fecondazione la femmina del parassita compie il ‘pasto di sangue’ e poi depone le uova (fino a 100 per volta) nelle fessure dei muri di casolari e vecchie costruzioni e negli anfratti del terreno che costituiscono l’habitat ideale per l’insetto. In condizioni ottimali di temperatura, umidità ed ossigenazione, le uova schiudono liberando le larve che subiscono varie mute prima di diventare insetti adulti. In relazione alle condizioni climatiche, il ciclo biologico del flebotomo dura circa 2 mesi. I flebotomi presentano una massima attività nei mesi che vanno da maggio-giugno a settembre-ottobre ma la tendenza osservata è quella di una dilatazione progressiva di questo periodo a causa di un allungamento della calda stagione. I flebotomi, inoltre, sono attivi fino ad altitudini di 600-800 metri sul livello del mare e pungono le loro prede prevalentemente in tarda serata e all’alba quando, cioè, il tasso di umidità è più elevato. Per questo motivo, è importante che in queste fasce d’orario il cane resti in un luogo chiuso e riparato.

    Sintomi leishmaniosi

    Dal punto di vista clinico, i sintomi più caratteristici ed evidenti sono rappresentati dalle alterazioni cutanee: alopecia (ovvero la perdita di pelo), oricogrifosi (allungamento anomalo delle unghie), dermatite furfuracea, associati a diminuzione dell’appetito, ingrossamento dei linfonodi ed epistassi (emorragie nasali) anche di notevole entità. Le complicanze renali sono quelle più pericolose e possono condurre a morte i cani colpiti da questa malattia.

    Va detto, tuttavia, che molti cani possono restare completamente asintomatici per lunghi periodi o addirittura per tutta la vita e contribuire, ugualmente, alla diffusione della malattia fungendo da serbatoi naturali del protozoo. Peraltro, la via di trasmissione della malattia non avviene da un cane ammalato a un cane sano (quindi, non avviene per via diretta) ma richiede l’intervento dell’insetto vettore, il flebotomo, che tramite la puntura acquisisce il protozoo per poi reinocularlo in un nuovo ospite, tra cui anche l’uomo, ad un successivo pasto di sangue. La diagnosi si basa sulla dimostrazione nel sangue di anticorpi specifici contro la leishmaniosi infantum seguita, in caso di positività, dalla ricerca diretta del parassita nelle cellule degli organi bersaglio (linfonodi, midollo osseo, cute). Da qualche tempo, sono disponibili anche tecniche basate sull’identificazione del DNA del protozoo nel sangue o nel midollo osseo. Diagnosticare l’infezione nei soggetti portatori sani o in stadio pre-clinico, cioè quando i cani non hanno ancora sintomi, consente di avere maggiori percentuali di successo a livello terapeutico. Questo, associato alle misure di prevenzione volte ad impedire la puntura del cane, ha mostrato di ridurre il rischio di contagio anche per l’intera collettività.

    Come prevenire la leishmaniosi

    Se si utilizzano barriere meccaniche /ad esempio le zanzariere), bisogna tenere presente che i flebotomi sono più piccoli di una zanzara e, quindi, le reti utilizzate devono avere le maglie molto fitte. E’ preferibile, quindi, l’impiego di prodotti specifici in formulazione spot-on, da applicare direttamente sulla cute dell’animale o mediante collari impregnati con effetto anti-feeding (simile al repellente), in grado cioè di ridurre in modo significativo la probabilità che il cane venga punto dall’insetto.

    I biocidi, così si chiamano questi prodotti ad uso veterinario con efficacia provata sui vettori di leishmaniosi canina, sono limitati a derivati sintetici del piretro, quali la permetrina e la deltametrina che hanno ricevuto il marketing approval nell’ambito dei Paesi della Comunità Europea. Questi presidii sono attualmente gli unici con efficacia validata (a differenza dei repellenti usati nell’uomo a base di picaridina, dietiltoluamide, o estratti vegetali di geranio o citronella), e devono essere prescritti dal medico veterinario che ne indicherà il corretto utilizzo.

    E’ parimenti importante nelle aree endemiche (anche nei soggetti che vi hanno trascorso solo brevi periodi durante l’estate) e nelle zone in cui se ne sospetta la diffusione, effettuare ad inizio primavera su tutti i cani un test sierologico di screening su prelievo di sangue, per valutare la positività anticorporale che non significa necessariamente ‘malattia’ ma ‘avvenuto contatto’ del cane col parassita. Solo in caso di esito positivo al test sierologico sussiste, infatti, l’indicazione di procedere ad accertamenti diagnostici più approfonditi. La possibilità di contagio diretto cane-uomo è eccezionale, essendo la trasmissione di questa malattia legata pressochè esclusivamente all’intervento del flebotomo che funge da vettore del protozoo.

    Il cane affetto da leishmaniosi non è un cane da nascondere nè tantomeno da allontanare. Grazie ai notevoli progressi osservati negli ultimi anni in ambito terapeutico, con la possibilità di controllare la malattia per lunghi periodi. l’opzione dell’eutanasia va ormai considerata solo in alcuni casi eccezionali, quando le condizioni del cane non consentono alcun margine di cura. Nelle Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità l’eutanasia, inoltre, non è ed ha dimostrato di non essere, nè da un punto di vista clinico nè, tantomeno, etico, una misura di prevenzione efficace per prevenire la diffusione della malattia.

    Quando fare il vaccino

    L’eterogeneità delle specie di leishmanie in gioco (circa 15) e degli insetti vettori, come pure la complessità della risposta immunitaria osservata nei serbatoi naturali della malattia (uomo e cane in primis), giustifica i fallimenti in cui si sono imbattuti i ricercatori nella messa punto di un vaccino anti leishmania che, per questi motivi, non può essere universale.

    Peraltro, i tentativi di produrre un vaccino contro questa malattia non sono cosa recente. Della possibilità di promuovere una resistenza naturale permanente contro la leishmaniosi provocando artificialmente una forma attenuata di malattia, quindi, in definitiva, una sorta di vaccinazione, si parlava già secoli fa nel Medio Oriente. Contro la sua diffusione veniva messa in atto una pratica della leishmanizzazione che consisteva, appunto, nel provocare volutamente un’infezione di modesta entità utilizzando il liquido infiammatorio fuoriuscito dalle lesioni cutanee prodotte dalla leishmania Major.

    Più recentemente, è a partire dagli anni ’90 che si sono intensificate le ricerche per la sintesi di vaccini veri e propri. Bisogna, però, arrivare all’aprile del 2011 per avere la prima registrazione europea di un vaccino canino contro la leishmania infantum (Canilesh, Virbac), il cui obiettivo sarebbe quello di stimolare una risposta immunitaria cellulo-mediata, l’unica che funziona contro questa malattia. A differenza degli altri vaccini, infatti, quello contro questo male non prevede l’introduzione di una risposta mediata dalla produzione di anticorpi, bensì una difesa basata sulla stimolazione di elementi quali i microfagi (cellule deputate all’inglobamento ed alla distruzione di un agente patogeno)

    Il vaccino contro la leishmaniosi è destinato ai cani che hanno un’età superiore ai sei mesi e consiste in una prima iniezione, da ripetere altre due volte dopo 3 e 6 settimane, con un richiamo dopo un anno. Dal momento che non sono state indagate le possibili interazioni con i vaccini ‘convenzionali’, la prima inoculazione deve essere fatta ad almeno due settimane di distanza da questi. Femmine gravide o in lattazione non possono essere vaccinate, in quanto la sicurezza del prodotto non è stata testata in queste due situazioni. Prima di sottoporre un cane a vaccinazione è necessario valutarne lo stato di salute, anche se l’azienda non specifica che cosa intenda per cane sano, ed eseguire un test per escludere la sieropositività alla leishmaniosi. Per il primo anno il costo si aggira sui 250-300 euro, comprensivo di test preliminari e di vaccinazioni. I risultati finora ottenuti hanno mostrato che la protezione conferita da questo vaccino non impedisce che un cane si infetti, ma che la malattia progredisca e che il cane diventi sintomatico. La copertura, inoltre, non è a vantaggio della totalità dei cani vaccinati, ma si aggira sui 68% dei casi.

    Il vaccino, di per sè, ha dimostrato di conferire una protezione decisamente incompleta. Un cane su 3, infatti, nonostante il vaccino contrae la malattia. Inoltre, la sua somministrazione non ha dimostrato alcun vantaggio nelle zone a minor rischio di infestazione. E’ possibile ammettere, quindi, in accordo con parassitologi di fama internazionale che sia ancora prematuro proporre il vaccino su larga scala e che sia necessaria un’attenta valutazione del rapporto rischio/beneficio per ciascun cane. La lotta contro la leishmaniosi, ben lungi dall’essere vinta, deve quindi continuare a basarsi sull’adozione di efficaci misure di prevenzione. Questo va detto al fine di evitare false aspettative nei proprietari o, peggio, di alimentare mere operazioni di marketing, praticando il vaccino a tappeto anche ove non necessario.

    La terapia per combattere la leishmaniosi

    Data la cronicità della malattia, la terapia per combattere la leishmaniosi è molto complessa e, come facilmente intuibile, tanto più efficace quanto più precoce sarà stata la diagnosi e se intrapresa prima che si siano instaurate le lesioni irreversibili tipiche a danno di organi e apparati, in particolare quello renale. in linea di principio, considerata l’elevata capacità del protozoo di sviluppare resistenza farmacologica, è consigliata l’associazione di più farmaci. La terapia elettiva della leishmaniosi canina si basa così da tempo sull’associazione tra un sale antimonio ed allupurinolo (utilizzato anche nell’uomo come rimedio contro la gotta, ma il cui impiego in corso di leishmaniosi è giustificato dalla sua capacità di bloccare la replicazione del parassita). Tra gli antibiotici, è provata la parziale attività dell’aminosidina (che tuttavia è molto tossica per il rene), mentre quella di alcuni chinolonici e del metronidazolo è considerata irrilevante.

    La miltefosina, un farmaco impiegato da anni in medicina umana come chemioterapico nel trattamento del carcinoma mammario, ha mostrato nei primi studi un’efficacia sovrapponibile a quella dell’antimoniato di metil-glucamina. La sua somministrazione nel cane, che può essere effettuata per os con il cibo, è tuttavia consigliata solo in alcuni casi e comunque solo dopo una mancata risposta ai farmaci convenzionali. Dal momento che questa molecola viene abitualmente utilizzata per la terapia della leishmaniosi umana nei paesi in via di sviluppo, vi è un fondato timore che la sua applicazione su larga scala possa favorire fenomeni di farmaco-resistenza da parte del parassita che ne comprometterebbero l’impiego nell’uomo. Una curiosità: tra le molecole impiegate nel trattamento di questa malattia canina compare anche il domperidone, noto in medicina umana come anti-vomito e per la cura di problemi digestivi. Il fatto che questo fasmaco sia stato inserito nei protocolli terapeutici della leishmaniosi è riconducibile alla sua capacità di regolare la risposta immunitaria così importante per la prognosi di questa malattia. Accanto ai trattamenti specifici, infine, vengono utilizzati rimedi sintomatici che vanno ad alleviare i disturbi. Numerosi sono i casi di negativizzazione dei tests sierologici al parassita con gli attuali protocolli terapeutici, ma ciò non costituisce purtroppo una garanzia dell’avvenuta eliminazione della leishmania come pure non permette di escludere che vi possano essere delle ricadute per l’animale in epoche successive.

  • Urolitiasi nel Gatto – Come Curarla

    Il 30% dei gatti ha disturbi a carico delle basse vie urinarie. Tale problema, scientificamente noto come FLUTD (dall’inglese Feline Lower Urinary Tract Disease), raggruppa in realtà una serie di differenti patologie, delle quali le urolitiasi – cioè la presenza di concrezioni, cristalli e calcoli in vescica e in uretra – rappresentano una discreta fetta. È stato chiarito che gli uroliti tendono a formarsi a causa della sovrasaturazione urinaria con cristalloidi calcogeni. Scopriamo quali sono le cause che provocano l’urolitiasi nel gatto.

    Nella gestione terapeutica e profilattica delle urolitiasi feline, uno dei punti cardine è costituito dalla dieta, che deve mirare a incrementare il volume urinario, contribuendo alla produzione di urina poco concentrata.

    I mangimi commerciali, umidi e secchi, reppresentano a tale proposito un’ottima scelta, ma vanno tuttavia selezionati con oculatezza, tenendo in considerazione il tipo di urolitiasi di cui il micio è affetto e ascoltando contestualmente il consiglio del medico veterinario di fiducia.

    L’alimento ideale deve, in ogni caso, rispettare determinate caratteristiche, necessarie alla regolazione e al controllo del grado di acidità (pH) dell’urina: la sua composizione prevede la presenza bilanciata di proteine, grassi, carboidrati e fibre, e l’impiego di altri elementi nutrizionali specifici per il miglioramento delle funzioni vescicale e urinaria.

    Gli acidi grassi essenziali della serie omega-3 esercitano un positivo effetto antinfiammatorio naturale, mentre il regolare apporto delle vitamine A e C migliora le difese immunitarie.

    Per quel che concerne i Sali minerali, nell’ultimo ventennio è stato più volte dato ampio risalto al ruolo del magnesio nella genesi delle urolitiasi feline: per questo motivo, tale elemento deve essere ridotto al minimo, allo scopo di evitare complicazioni e/o recidive.

    La somministrazione ciclica di bioflavonoidi estratti dagli agrumi, meglio se combinati con il mirtillo rosso, migliora la funzione protettiva delle cellule della parete interna della vescica, prevenendo le infezioni batteriche che possono colpire il tratto urinario inferiore.

    L’integrazione con glicosaminoglicani, più comunemente identificati con la sigla GAG, contribuisce a mantenere integro lo strato di mucina che difende la mucosa vescicale dagli agenti patogeni eventualmente presenti nell’urina.

    I risultati estrapolati da uno studio condotto negli ultimi anni hanno messo in risalto il benefico effetto del fruttosio (estratti di papaya e ananas) sulla funzionalità urinaria felina.

    I gatti, si sa, tendono a bere poco o nulla, specie se vengono nutriti con alimenti umidi o semi-umidi, già di per se stessi dotati di un’elevata percentuale idrica. Gli animali affetti da FLUTD, tuttavia, devono non solo avere costante accesso all’acqua, ma essere anche incentivati a bere di frequente, al fine di promuovere la produzione urinaria e favorire di riflesso la diuresi. Per fare ciò può essere utile ammorbidire i mangimi secchi con acqua o brodo caldo oppure aprire frequentemente i rubinetti di casa, in modo da stimolare l’innata curiosità di piccoli felini e invogliarli a introdurre acqua corrente. L’impiego di acque minerali naturali oligominerali, come consigliato da alcuni nutrizionisti, non è infine controindicato.

  • Giardia Canina – Sintomi e Cure

    La giardia canina è una malattia che prende origine dalla presenza di un parassita che fu scoperto nel 1681 da Antony van Leeuwenhoek, il quale lo osservò all’interno delle proprie feci e lo descrisse come fosse una specie di animaletto.

    I gruppi morfologici della giarda sono tre: Giarda agilis, Giarda muris e Giada duodenalis. La giarda duodenalis è conoscoita anche con il nome di Lamblia duonedalis ed è famosa perchè non colpisce solo i cani ma anche i gatti, i ruminanti, i suini, i cavali e…l’uomo!

    In genere è possibile incappare in due distinte forme di questa patologia: da una parte, infatti, c’è una forma lieve che colpisce le vie intestinali degli animali; dall’altra, invece, c’è una forma più resistente di natura cistica che si elimina attraverso le feci. Anche una volta espulse, le cisti di questa patologia sopravvivono nell’ambiente circostante, specie in quelli caratterizzati da un forte tasso di umidità.

    Giarda canina: sintomi e prevenzione

    Non è facile individuare questa patologia nei cani anche perchè, nella maggior parte dei casi, questa patologia non presenta sintomi particolari ma viene covata silenziosamente dall’animale. In altri casi, più rari, l’animale tende a perdere peso molto velocemente nonostante il suo senso dell’appetito resti immutato. Questo perchè, la malattia colpisce l’apparato intestinale e – di coseguenza – tutto quello che il cane ingerisce, viene espulso facilmente senza nemmeno avere il tempo che l’organismo possa assimilarlo. In questo caso, infatti, le feci del cane sono molli, chiare, maleodoranti, untuose e molto spesso contengono al loro interno anche del muco. Il fatto che  l’animale perda rapidamente peso è dovuto alla presenza del parassita che impedisce il corretto assorbimento dei principi nutritivi e danneggia pure la parete intestinale. Per prevenire la giardia è fondamentale fare analizzare le feci dell’animale al microscopio. In questo modo il medico veterinario può riconoscere ed individuare il parassita e procedere con la cura più appropriata. Il metodo di analisi più conosciuto consiste in un rapido test che si effettua in ambulatorio su un campione di feci appena raccolte. Per combattere la malattia, ci sono comunque alcuni farmaci consigliati come:

    Metronidazolo

    Fenbendazolo

    Associazione Febantel-Pirantel-Praziquantel

    E’ molto importante, tuttavia, che i farmaci siano associati ad una situazione di pulizia totale dell’ambiente in cui vive l’animale. Lo spazio dove vive il cane, infatti, può essere disinfettato con un po’ di ammoniaca oppure con l’uso di una soluzione a base di ozono gassoso diluito nell’acqua.

    Giarda canina: gli effetti post-patologia

    Dopo aver contratto questa malattia, gli animali – ma anche gli uomini – che ne sono stati colpiti, saranno più sensibili a livello intestinale rispetto a soggetti sani. Il contagio di questa malattia avviene all’aria aperta: in sostanza accade che il cane può ingerire le cisti che sono state espulse attraverso le feci dagli altri animali infetti e ne rimane contagiato. Il periodo di incubazione oscilla dai 5-6 giorni fino a due- tre settimane. Quando l’animale viene colpito da giarda, inizia ad avere problemi intestinali ed espelle un numero importante di cisti – fino ad un milione per ogni grammo di feci per molti mesi.

  • Gatto che Zoppica – Cosa Fare

    In questa guida spieghiamo cosa fare se il gatto zoppica.

    I sintomi dell’osteoartrite felina

    L’osteoartrite è una patologia che porta alla graduale degenerazione della cartilagine articolare. In sostanza accade che le estremità delle ossa colpite da questa patologia non sono più protette e si trovano a dover assorbire gli shock meccanici normalmente assorbiti dalle cartilagini. In generale, le articolazioni che subiscono questo disturbo sono quasi sempre le ginocchia, i gomiti e le anche. Nei gatti, questa patologia compare soprattutto in età matura, anche dopo i dodici anni e – nella maggior parte dei casi – i disturbi tendono ad aumentare quando i gatti sono anche in sovrappeso. In linea di massima non ci sono dei sintomi fisici che segnalano questo disturbo nei gatti. Semplicemente, questi cambiano stile di vita e abitudini: diventano pigri e meno attivi e non usano più lettiera e la gattaiola. Questa pigrizia, inoltre, si ripercuote anche sulla pulizia del gatto che sarà meno accurata del solito. I gatti affetti da osteoartrite, infatti, in genere presentano un pelo arruffato con annessa forfora e unghie più lunghe del normale. Per avere la certezza che un gatto sia affetto da questa patologia, tuttavia, è possibile eseguire una radiografia dei gomiti, del bacino e delle ginocchia. Attraverso questo strumento, infatti, è possibile mettere in evidenza senza avere ulteriori dubbi se il gatto ha subito delle lesioni alle articolazioni e alle ossa.

    Come alleviare i dolori del gatto

    Quando si è certi che il gatto è affetto da questa patologia, per prima cosa è importante fare in modo che non soffra eccessivamente a causa dei dolori che derivano da questo disturbo. Da questo punto di vista, tuttavia, la medicina veterinaria ha compiuto notevoli passi in avanti e ha scoperto diversi farmaci in grado di alleviare i dolori connessi a questa patologia. In ogni caso, è bene sapere che questi farmaci vanno somministrati con una certa cautela nonostante non ci sia un limite di durata per questo genere di trattamento farmacologico. Da qualche tempo, poi, è in uso anche la somministrazione di condroprotettori con lo scopo di contribuire a rallentare la degradazione della cartilagine. Le ultime ricerche che vertono su questa patologia, tuttavia, si sono concentrate soprattutto sul ruolo che l’alimentazione svolge nell’insorgenza di questo disturbo. Per questo motivo, non di rado, l’osteoartrite felina viene curata anche con diete ricche di acidi grassi polinsaturi che sono antiossidanti  e contengono delle sostanze che migliorano la sintesi di collagene e quindi contribuiscono alla formazione dei muscoli. Tra i rimedi di ultima generazione per combattere questa patologia ci sono anche l’agopuntura e la fisioterapia che contribuisce con esiti felici a migliorare i movimenti dei gatti che tendono a muoversi poco.

    Come aiutare il gatto in casa

    A seconda della natura e della gravità della patologia riscontrata nel vostro gatto, è possibile adottare alcuni accorgimenti per aiutarlo a stare meglio anche in casa. Per i gatti che hanno problemi di evacuazione, potrebbe essere utile cambiare la posizione della cassettina e prendere un modello con le sponde ribassate. Inoltre, è preferibile anche collocare la ciotola del cibo e quella con l’acqua in una posizione che sia facile da raggiungere per l’animale. Infine, è possibile montare anche dei piccoli gradini per aiutare il gatto a muoversi perso le zone della casa a cui è maggiormente affezionato; la maggior parte dei gatti, infatti, si sente al sicuro in zone sollevate da terra. Infine, è fondamentale che il gatto riposi in un giaciglio morbido per proteggere le sue articolazioni.

    Come prevenire l’osteoartrite

    E’ possibile prevenire questa patologia osservando attentamente i comportamenti del vostro gatto. Osservando i suoi movimenti, infatti, è possibile capire se ha dei dolori alle articolazioni. Ecco a cosa bisogna prestare attenzione:

    irrigidimento nella deambulazione dopo un esercizio fisico;

    difficoltà ad alzarsi e camminare dopo un po’ di tempo passato a riposo;

    difficoltà nel saltare o scendere da letto e divano

    difficoltà a salire e scendere le scale

    tendenza a miagolare o ringhiare quando viene accarezzato

    scelta di luoghi insoliti dove dormire, fra cui il pavimento.

     

  • Cinetosi Canina – Sintomi e Rimedi

    In questa guida spieghiamo quali sono i sintomi della cinetosi canina e i rimedi.

    Cinetosi nei cani: i sintomi

    Il termine scientifico indica quel disturbo che tutti conosciamo come mal d’auto o mal di mare, determinato dalla stimolazione delle strutture anatomiche deputate al mantenimento dell’equilibrio che sono localizzate nella parte più interna dell’orecchio. Sebbene il mal d’auto interessi prevalentemente i cuccioli e i cuccioloni, in realtà non è raro che si manifesti anche in età adulta. Non è molto difficile rendersi conto se, per i nostri amati con la coda, la cinetosi rappresenti effettivamente un problema. Gli animali che ne sono soggetti, in effetti mostrano dei sintomi ben precisi che diventano inequivocabili per comprendere l’esistenza del disturbo: sono molto agitati e ansiosi, si muovono in continuazione senza riuscire a trovare una posizione comoda, perdono goccioline di saliva dalla bocca, sbavano molto e, infine, espellono, anche se tenuti a digiuno, il contenuto dello stomaco. Viaggiare con un cane che soffre di cinetosi, quindi, non è per niente simpatico né per lui né per noi e, in questo caso, il piacere di trascorrere una giornata all’aria aperta può essere velocemente vanificato dalla brutta esperienza vissuta da cane e padrone durante il tragitto. In questi casi diventa fondamentale trovare una soluzione al problema.

    I rimedi antichi e quelli moderni contro la cinetosi

    Fino a qualche anno fa, i rimedi contro il mal d’auto consistevano nel tenere il cane a digiuno per mezza giornata e somministrargli degli anti cinetosici per uso umano oppure dei tranquillanti destinati all’impiego canino. Tutte e tre queste soluzioni, però, presentano degli inconvenienti. Stare a digiuno, in effetti, non risolve il problema perché la nausea evocata dalla stimolazione dell’organo dell’equilibrio è ugualmente in grado di provocare il vomito. I medicinali per uso umano presentano comunque delle difficoltà nel dosaggio e non sono scevri di effetti secondari. I tranquillanti hanno l’effetto di sedare il soggetto anche per mezza giornata, determinando in tal modo anche un’alterazione più o meno marcata del comportamento del cane e del suo stato di coscienza.

    Di recente, anche in Italia è stato reso disponibile il maropitant, una molecola per uso veterinario che viene utilizzata proprio per trattare in maniera specifica la cinetosi. Questa cura ha rappresentato un grande passo in avanti grazie al quale ora esiste una soluzione reale a questo problema. Il farmaco in questione, si può acquistare in farmacia con obbligo di prescrizione scritta da parte del medico veterinario. E’ importante somministrare il farmaco qualche ora prima di affrontare il viaggio, preferibilmente accompagnato da uno snack oppure da un pasto leggero: in questo modo, dunque, si può evitare il digiuno preventivo. Il principio attivo che non presenta effetti secondari per la specie canina e può essere dosato in base alla taglia corporea dell’animale e la sua dispensazione

    Come aiutare il cane a viaggiare in auto

    Per aiutare il cane a vivere meglio i viaggi in macchina, sarebbe opportuno abituarlo fin da piccolo, partendo con piccoli tragitti, da associare sempre a qualcosa di piacevole (es. una corsa al parco). Ad ogni modo alcuni piccoli stratagemmi possono aiutarci a rendere il viaggio un evento meno pesante per il nostro quattro zampe.

    Mettere in macchina la coperta e il gioco che il cane usa abitualmente in casa aiuta sicuramente a far accettare l’abitacolo
    Per quanto possibile scegliere tragitti brevi e con poche curve da affrontare, ovviamente, a velocità moderata
    Se non è abituato alla macchina, è bene lasciare il cane a digiuno prima del viaggio in modo da evitare la nausea o il vomito
    Nel caso di viaggi più lunghi, è sempre necessario prevedere alcune soste in modo da consentire al cane di fare un po’ di movimento e bere un po’ di acqua fresca.
    Se il cane dovesse presentare un problema di cinetosi (mal d’auto), è opportuno chiedere consiglio al proprio medico veterinario per farsi prescrivere un farmaco in grado di prevenire il problema del vomito.