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  • Storia del cane Labrador

    L’adattabilità del Labrador Retriever, che sia animale da compagnia o campione di riporto, rispecchia lo sviluppo dei ruoli che i cani sono stati chiamati a ricoprire man mano che la loro importanza per gli umani è cresciuta. Lo studio dell’addomesticamento del cane rivela che si è evoluto a partire dalle popolazioni di lupi eurasiatici in Asia, tra i 15.000 e i 40.000 anni fa.

    Provate a immaginare: i vostri antenati, terminata la caccia quotidiana, attizzavano un fuoco di bivacco. Dopo aver cucinato e dato da mangiare alla famiglia, gettavano le ossa e gli altri avanzi non commestibili fuori dalla zona del campo. Se avessero guardato da vicino, e probabilmente lo fecero, avrebbero visto gli occhi ambrati del lupo grigio eurasiatico squarciare l’oscurità, fissando il mucchio di rifiuti. I rifiuti, e quindi gli umani, interessavano questi lupi abbastanza da seguire i cacciatori. I cacciatori, a loro volta, divennero sempre più interessati ai lupi.

    Per centinaia di anni, i lupi hanno mostrato sottomissione nei confronti dei nostri antenati e, man mano che le femmine partorivano in presenza degli umani, e i loro cuccioli si abituavano a loro sin dalla nascita, gli umani hanno cominciato ad addomesticarli. L’addomesticamento è iniziato con la selezione da parte degli umani, che tenevano solo i cuccioli socievoli e non aggressivi nei loro confronti. I lupi non solo seguirono i cacciatori, si stabilirono con loro man mano che abbattevano parte delle foreste per coltivare il terreno.

    Un’analisi regionale del DNA dei cani moderni rivela che la maggiore varietà genetica tra i cani si ha nel sud della Cina, il the indica un bacino genetico più ampio di lupi nella face di addomesticamento iniziale. La varietà minima si ha tra i cani europei. I ricercatori pensano che con lo spostamento degli umani dall’Asia verso l’Europa, i lupi addomesticati o i loro discendenti, i cani, li seguirono.

    Gli studi scientifici più recenti collocano l’addomesticamento del cane labrador in Asia, in particolare a sud del fiume Yangtze, in Cina, circa 16.000 anni fa. Questa linea temporale è legata al periodo in cui gli esseri umani si sono trasformati da semplici cacciatori-raccoglitori ad agricoltori, diffondendo la coltivazione del riso. I ricercatori di Svezia e Cina stimano che i cani si siano evoluti da diverse centinaia di lupi addomesticati, a quanto pare un’altra parte importante conquista della civiltà umana. Probabilmente i lupi sono stati addomesticati per la carne; in altre parole, se il rapporto non funzionava diventavano un ingrediente della dieta umana.

    I cani dei villaggi africani rivelano una diversità genetica simile a quelli studiati in Asia, il che significa che l’addomesticamento potrebbe essere cominciato in Africa in contemporanea con l’Asia o poco dopo. Indipendentemente dall’esatta collocazione dell’addomesticamento, è chiaro che gli esseri umani hanno cominciato a sviluppare le proprie competenze agricole e a tenere bestiame per il proprio sostentamento, i rifiuti si accumulavano e le mandrie attiravano i lupi.

    Come risultato del processo di addomesticamento, i lupi divennero meno timorosi nei confronti degli umani. A loro volta, gli esseri umani cominciarono a usare il lupo domestico, il cane, come aiuto nei campi, nelle fattorie e attorno alle loro case. I cani che procuravano loro un vantaggio venivano tenuti, gli altri diventavano un’altra fonte di cibo. Questi cani servizievoli viaggiarono con gli umani attraverso Asia e Africa fino in Europa. In Europa, i cani sono stati addestrati come pastori e guardiani di greggi di pecore, capre e galline. Prima dei viaggi transoceanici del Quattrocento, cani addomesticati attraversarono lo stretto di Bering arrivando in America e si mescolarono con le popolazioni autoctone di lupo grigio.

    La ricerca archeologica e la limitata analisi genetica sostengono la teoria di un addomesticamento indipendente di questi lupi del Nuovo Mondo. I resti canini più antichi degli Stati Uniti sono stati trovati nelle caverne dello Utah e risalgono a circa 10.000 anni fa.

    Questa collocazione temporale è successiva all’addomesticamento in Asia ma rivela anche che tutte le popolazioni locali di lupi sono state soggette ad addomesticamento quando gli umani hanno cominciato a viaggiare per il mondo.

    Più lontano si sono spinti, più ruoli hanno assunto per aiutare i loro padroni. Le popolazioni umane indigene, i Nativi Americani, contavano sui cani per tirare slitte e recuperare la selvaggina. Nel Cinquecento, i cani aiutavano i pescatori nelle fredde acque canadesi. La pesca divenne il motivo principale per la colonizzazione delle isole dell’Atlantico del nord, in particolare nelle gelide acque al largo di Terranova.

    L’evoluzione della razza

    I pescherecci inglesi facevano vela verso queste acque ricche ogni primavera, riempivano le reti in estate e tornavano in Inghilterra quando le acque cominciavano a ghiacciare.

    I lavoratori venivano lasciati a Terranova durante l’inverno e i cani che restavano con loro probabilmente venivano addestrati alla caccia. Questi progenitori del moderno

    Labrador aiutavano gli umani a sopravvivere ai lunghi e freddi inverni. I cani divennero preziosi per la capacità di lavorare duramente per lunghi periodi in un clima rigido.

    Sull’isola di Terranova c’era un piccolo cane nero chiamato St. John’s Water Dog o Terranova minore. Al cane veniva messa una speciale imbragatura e veniva calato dal ponte del peschereccio per recuperare i pesci scappati dalle reti. Il St. John’s Water Dog avrebbe anche imparato ad afferrare nuotando i cavi delle reti e, tenendoli tra le forti mascelle, a tornare a bordo. Questo cane (progenitore del moderno Labrador) aveva sviluppato un mantello esterno folto e oleoso, impermeabile al ghiaccio e all’acqua fredda, e un pelo interno più morbido che lo teneva caldo. Aveva una membrana interdigitale che esaltava le sue capacità in acqua e una coda descritta come simile a quella di una lontra, che aiutava il cane a mantenere velocità e direzione in acqua. Anche se la maggior parte di questi cani erano neri, di tanto in tanto nasceva un cucciolo giallo o cioccolato. La gran parte di questi cani veniva eliminata perchè i primi appassionati credevano che solo i Labrador neri fossero in grado di svolgere il lavoro. Alcuni guardiacaccia, tuttavia, iniziarono a specializzarsi nell’allevamento di cani gialli e cioccolato. Oggi il cane Labrador di qualsiasi colore è un compagno perfetto in casa e sul campo.

    All’inizio dell’Ottocento, due attività, ornitologia (studio degli uccelli) e caccia agli uccelli di palude, convergevano. Scienziati e sportivi avevano bisogno di un cane da riporto affidabile, anche se per ragioni molto diverse.

    Gli ornitologi, in genere, sparavano o intrappolavano gli uccelli studiati perchè i potenti binocoli usati oggi dovevano ancora essere inventati, ma spesso queste prede andavano perdute poichè il loro recupero in quei territori paludosi non era semplice. Questo significava che gli uccelli persi dopo essere stati colpiti o quelli che riuscivano a liberarsi dalle trappole, non potevano essere esaminati e studiati e molti importanti documenti scientifici sui tipi e i modelli di migrazione degli uccelli presentavano lacune.

    In Inghilterra e Scozia, lo sport della caccia divenne popolare nelle vaste tenute della nobiltà. I progressi tecnologici nel campo delle armi, dai fucili a pietra focaia alle doppiette, permisero di colpire più uccelli per sport o per il cibo. La selvaggina colpita che atterrava nelle paludi, negli stagni o nei fiumi non poteva essere recuperata agevolmente dai cacciatori. Avevano bisogno di un sistema migliore; avevano bisogno di un cane che recuperasse la selvaggina in acqua. Cominciarono a interessarsi al St. John’s Dog. In genere, questi cani erano neri con macchie bianche sul torace e peli bianchi sulle zampe, e alcuni peli di giarra bianchi sul muso. I guardiacaccia inglesi e scozzesi cominciarono a importare i cani e a tenere grandi mute per i possidenti. Battezzarono questo cane Labrador Retriever, in parte perchè era più semplice di “Terranova minore” e in parte perchè le isole di Labrador e di Terranova erano molto vicine geograficamente e politicamente.

    Il colonnello Hawker, tiratore e cacciatore di talento, possedeva una goletta che viaggiava tra Poole in Inghilterra e Terranova. Si riporta questa sua citazione del 1830, in cui paragona il più grande Terranova al Labrador: “[II Labrador] è di gran lunga il migliore per qualsiasi tipo di caccia, in genere e nero e non il grande di un pointer, ha zampe sottili, pelo corto e liscio e non porta la coda arrotolata come l’altro; è molto veloce nella corsa, nel nuoto e nel combattimento .. . usato principalmente sulle coste natie dai pescatori, il suo senso dell’olfatto non ha rivali; nel trovare la selvaggina ferita non ha eguali tra le razze canine.” (Da “The Early Labradors,” di Jo Coulson, in “The Labrador Retriever Club 1916-1991, A Celebration of 75 Years.”)

    Quando questo cane cominciò a essere esportato in Inghilterra, sfortunatamente il St. John’s Water Dog si estinse. Una tassa sui cani era stata imposta nelle Province Marittime, e così i cuccioli divennero sacrificabili per il loro costo, in particolare le femmine. Il commercio tra Terranova e la Gran Bretagna cessò, e i cani che rimasero a Terranova non vennero più importati in Inghilterra.

    Temperamento del cane Labrador

    II temperamento del cane Labrador ha convinto gli sportivi a tentare la prima prova di lavoro in Inghilterra nel 1899. All’epoca, i proprietari di Spaniel e razze da punta avevano dato prova delle proprie capacita di caccia e dell’abilità dei loro cani nello snidare la selvaggina. Alcuni cacciatori, però, desideravano un cane che potesse recuperare la preda anche col cattivo tempo o in acqua. Secondo quanto riferito dagli scrittori dell’epoca, le altre razze da riporto, in particolare i Flat Coated e i Curly Coated Retriever, non mantenevano la linea e il conduttore doveva tenere i cani fino al momento di liberarli.

  • Cane Yorkshire – Caratteristiche, Alimentazione e Carattere

    In questa guida spieghiamo quali sono le caratteristiche del cane Yorkshire, il suo carattere e l’alimentazione corretta.

    Cane Yorkshire: origine della razza

    Le caratteristiche distintive del cane Yorkshire sono le sue dimensioni  e il suo mantello che può essere di colore grigio, nero e marrone chiaro. La razza è soprannominata Yorkie ed è posta nella sezione Toy Terrier del Gruppo Terrier dalla Federazione Cinologica Internazionale e tutti concordano sul fatto che la razza di questo cane è di tipo terrier. Trattandosi di un cane da compagnia molto popolare, il cane Yorkshire Terrier è stato anche parte dello sviluppo di altre razze, come l’Australian Silky Terrier. Il cane Yorkshire Terrier (detto anche “Yorkie”) è nato nello Yorkshire (e l’adiacente Lancashire), una regione nel nord dell’Inghilterra. Nella metà del XIX secolo, i lavoratori dalla Scozia si recarono nella regione dello Yorkshire in cerca di lavoro e portarono con sé diverse varietà di piccoli terriers. Il primo allevamento di cani Yorkshire Terrier è avvenuto ad opera di operai che lavoravano il cotone e la lana nei mulini delle contee di Yorkshire e Lancashire. I dettagli circa la storia e l’origine di questa razza sono scarsi.

    Quello che si sa è che la razza è nata da tre diversi cani, un maschio di nome Old Crab e una femmina di nome Kitty, e un’altra femmina il cui nome non è noto. Anche il Paisley Terrier, una versione più piccola dello Skye Terrier è stato allevato con un bellissimo mantello di seta lungo, e figura tra i primi cani utilizzati per ottenere questa selezione. Alcune autorità credevano che anche i cani maltesi fossero stati utilizzati per ottenere il cane di razza yorkshire.

    I primi giorni di vita della razza hanno conosciuto esemplari Terrier caratterizzati da un lungo mantello blu sul dorso, dalla testa colore fulvo o argento e le gambe colorate, con la coda agganciata e le orecchie tagliate. Da subito, il cane yorkshire è stato ammirato e desiderato da tutti. Tuttavia, alla fine degli anni 1860, un popolare tipo di Paisley Yorkshire Terrier di nome Huddersfield Ben partecipò ad una mostra canina. Il cane era di proprietà di una donna che vivevs nello Yorkshire, Mary Ann Foster, e fu ammirato da tutta la Gran Bretagna. Quel cane definì il tipo di razza per lo Yorkshire Terrier.

    Hudderfield Ben è stato un cane davvero molto famoso. Il suo ritratto è stato dipinto da George Earl e nel 1891 un’autorità ha scritto, “Huddersfield Ben è stato il miglior stallone della sua razza durante la sua vita, è uno dei cani più notevoli di qualsiasi razza animale domestico che sia mai vissuto; e la maggior parte degli esemplari di oggi hanno mostrano uno o più croci del suo sangue nel loro pedigree “. Huddersfield Ben è diventato rapidamente il tipo di cane che tutti desideravano, e attraverso i suoi cuccioli ha definito la razza come la conosciamo oggi. Ancora oggi questo cane è indicato come “il padre della razza yorkshire”.

    Il cane Yorkshire Terrier è stato introdotto in Nord America nel 1872 e la prima Yorkshire Terrier è stato registrata con l’American Kennel Club (AKC) nel 1885. Durante l’epoca vittoriana, il Yorkshire Terrier è stato un animale domestico popolare e la sua diffusione è utile per capire come gli americani abbiano abbracciato costumi vittoriani in poco tempo. La popolarità della razza è esplosa definitivamente nel 1940, quando la percentuale di piccoli cani yorkshire iscritti è scesa a un minimo storico del 18% del totale delle immatricolazioni. Smoky, un Yorkshire Terrier cane diventato famoso durante la seconda guerra mondiale, è accreditata con l’inizio di un rinnovato interesse per la razza.

    Standard

    Gruppo: 3 Terrier Sez. 4 Terrier da compagnia
    Origine: Gran Bretagna
    Taglia: piccola
    Peso: fino a 3,1 kg.
    Corporatura: compatta e armonica, mesocefalo. La caratteristica più saliente è il pelo liscio e lungo.
    Testa: piccola, piatta con cranio non troppo arrotondato e muso non troppo lungo.
    Occhi: di media grandezza, scuri quasi neri e scintillanti; posizionati e tagliati da guardare avanti e con rime palpebrali scure.
    Orecchie: piccole a forma di “V”, portate erette e coperte di pelo corto e colore rosso intenso.
    Corpo: compatto con costole un po’ arcuate e linea del dorso dritta.
    Arti: anteriori dritti con spalla obliqua, posteriori perfettamente dritti; sono ben ricoperti di pelo rossiccio che si schiarisce dalla radice all’estremità; negli anteriori non va oltre il gomito e nei posteriori non oltre il ginocchio (grassella); piedi rotondi con unghie nere.
    Pelo: lungo sul corpo, perfettamente dritto e lucido, non deve mai essere lanoso; molto lungo e ricadente sulla testa , dalla base delle orecchie e sul muso dove è molto lungo.
    Colore: blu acciaio scuro, dall’occipite all’attaccatura della coda, mai mescolato a peli fulvi; sulla resta e sul petto marrone rossiccio intenso, tutti i peli rossi sono più chiari in punta che alla radice, sfumando gradatamente fino al biondo.

    Mantello

    Per gli adulti di razza Yorkshire Terrier, è molto importante il colore del mantello, nonché la sua qualità e consistenza. Il pelo deve essere lucido, liscio e setoso. Tradizionalmente il pelo è molto lungo ed è diviso da una riga nel mezzo della schiena; in tutti i casi, il pelo non deve mai ostacolare i movimenti.

    Dalla parte posteriore del collo alla base della coda, il mantello deve avere un colore sfumato da un grigio scuro a nero, e il pelo della coda deve essere un nero più scuro. Sulla testa, sul petto alto, e sulle zampe, i peli dovrebbero essere più luminosi di un colore marrone chiaro, più scuro alle radici che in mezzo, che sfuma in una tonalità più accesa verso le punte. Inoltre, nei cani adulti non dovrebbero esserci peli neri mescolati con qualsiasi pelliccia di colore marrone chiaro.

    I cani adulti di razza Yorkshire Terrier che hanno altri colori del mantello rispetto a questi, o che hanno un pelo lanoso o strati di pelo extra sottili, sono sempre Yorkshire Terrier. L’unica differenza è che sono cani di razza Yorkshire Terrier atipici e non devono intenzionalmente allevati. Inoltre, la loro cura può essere più difficile per via del mantello di “lana” o “bambagia” che possono essere davvero difficili da gestire. Uno dei motivi per non allevare Yorkies di altre colorazioni è che il colore potrebbe essere un potenziale indicatore di un difetto genetico che può anche influenzare la salute del cane.

    Il mantello lungo sul cane Yorkshire Terrier significa che la razza richiede regolare spazzolatura.

    Un cucciolo di Yorkshire Terrier, ha il mantello nero focato nero/acciaio. Un cucciolo di Yorkshire Terrier è nero focato sul muso, sopra gli occhi, intorno alle zampe, su piedi, dita e nell’interno delle orecchie e la parte inferiore della coda. Di tanto in tanto, gli Yorkies sono nati con una “stella” bianca sul petto o su una o più dita. Inoltre, alcuni Yorkies sono nati con una tonalità rossa nel loro mantello, ma questo accade solo quando i genitori hanno anche questa caratteristica. E’ comune trovare macchia bianca su una o più unghie. Queste marcature, in genere, svaniscono con l’età, e di solito vanno via nel giro di pochi mesi. In genere, un cane yorkshire impiega tre o più anni per raggiungere il colore finale del suo mantello. Il colore finale è di solito un colore grigio/nero. PH Combs, scrivendo nel 1891, lamentava di alcune vittorie assegnate ai cuccioli, quando pelo del cane non era completamente e l’onore di vincere una mostra (per un cucciolo), può quindi essere di poco vantaggio pratico per il proprietario, in quanto il colore del cane adulto non può essere previsto con precisione.

    Il mantello tipico del cane Yorkshire è liscio e setoso mantello ed è stato elencato da molti popolari siti di informazione come un cane ipoallergenico. In confronto a molte altre razze, i cani Yorkshire perdono solo piccole quantità di peli quando vengono bagnati o spazzolati. gli allergologi riconoscono che a volte un particolare paziente allergico ai peli di cane/gatto è in grado di tollerare un cane, ma “la fortuna dei pochi con i loro animali domestici non può essere estesa a tutte le persone allergiche e ad intere razze di cani. Il mantello dello Yorkshire Terrier, ad ogni modo, perde pelo solo quando è spazzolato o spezzato.

    I proprietari possono tagliare il pelo corto per una cura più facile del proprio cane. Per gli spettacoli e le mostre, il mantello deve essere lasciato a lungo, e può essere tagliato all’altezza del pavimento per dare facilità di movimento al cane oltre che un aspetto più ordinato. I peli sulle zampe e le punte delle orecchie possono anche essere tagliati. Il mantello lungo richiede comunque una cura molto costante e precisa. Per evitarne, il pelo può essere avvolto in carta di riso, carta velina, o di plastica, dopo un’oliatura leggera. L’olio deve essere lavato una volta al mese e gli impacchi devono essere fissati periodicamente durante la settimana per impedire loro di scivolare e rompere i peli.

    Esistono Particolari colori di yorkshire, anche se non sono corretti per lo standard di razza. Esiste, ad esempio, il mantello di colore bianco con il dorso nero/blu e marrone. E’ molto raro ottenere un colore particolare, e se ne viene trovato uno, il prezzo dell’esemplare tende ad essere molto alto. Alcuni Yorkshire Terrier sono color cioccolato, quindi marrone perchè non sono in grado di produrre il pigmento nero. La razza è definita dal suo colore, e questi colori non standard possono indicare problemi di salute o incroci con altre razze di altri colori. Il modulo di registrazione AKC per Yorkshire Terrier permette di fare quattro scelte: blu e marrone, blu e oro, nero e marrone, nero e oro.

    Fino a poco tempo, alcuni Yorkshire Terrier non corrispondenti con gli standard di razza potevano essere incrociati con Biewer Terrier, una nuova razza nata in Germania per definire gli esemplari di Yorkshire Terrier di colorazioni differenti.

    Carattere del cane Yorkshire

    Il carattere dello Yorkshire Terrier è stato descritto come quello di un cane in grado di “trasmettere un’aria importante”. Anche se piccolo, lo Yorkshire Terrier è attivo, iperprotettivo verso il suo padrone, curioso e desideroso di stare al centro dell’attenzione. E’ consigliabile che un Yorkie non viva in una casa con bambini perché si tratta di cani molto vivaci. Invece, i cani yorkshire sono ideali per le famiglie anziane e per le famiglie con figli di età superiore agli 8 anni. Questa età è consigliata per il benessere del cane, e naturalmente per il bene del bambino.

    Gli Yorkshire Terrier sono una razza facile da addestrare. Ciò deriva dalla loro natura di lavoratori che non hanno bisogno di assistenza umana. Sono stati sviluppati come una razza da lavoro e molti di loro hanno bisogno di stimoli sia fisici che mentali, quindi lunghe passeggiate/corse, ma anche giochi al coperto e allenamenti per mantenere la mente occupata. Sono famosi per essere cani sempre felici, ma molti hanno riferito che un Yorkie contento è soprattutto un cane tranquillo, felice di rannicchiarsi sulle ginocchia del suo padrone quando è a riposo. I cani yorkshire sono facilmente adattabili a tutti gli ambienti, e sono animali domestici adatti a molte case. Grazie alle loro piccole dimensioni, hanno bisogno di un esercizio fisico limitato, ma hanno bisogno di un’interazione quotidiana con i propri simili.

    I cani Yorkshire Terrier tendono ad abbaiare molto. Questo li rende ottimi cani da guardia. Se i cani abbaiano troppo, il problema può essere risolto con una formazione adeguata ed esercizio fisico.

    Salute del cane yorkshire

    Problemi di salute si cui soffrono i cani di tazza Yorkshire Terrier includono bronchiti, linfangectasia, cataratta, e cheratite secca. Inoltre, gli Yorkies spesso hanno un apparato digerente delicato che causa vomito o diarrea derivante dal consumo di alimenti che vanno al di fuori di una dieta regolare. Le dimensioni relativamente ridotte del cane Yorkshire Terrier indicano che di solito questa razza ha una scarsa tolleranza per l’anestesia. Inoltre, un cane come il Yorkie ha più probabilità di essere ferito da cadute, da altri cani o dalla goffaggine del proprietario. Inoltre, questi cani possono avere allergie cutanee.

    La durata di uno Yorkie è 10-15 anni. Gli Yorkies di dimensioni ridotte rispetto a quelle standard hanno generalmente una durata di vita più breve, in quanto sono particolarmente inclini a problemi di salute come la diarrea cronica e vomito; sono anche più sensibili all’anestesia; e sono feriti più facilmente.

    Denti dello yorkshire

    Come con tutti gli altri cani, gli Yorkies hanno due serie di denti nella loro vita. La prima serie di denti è di 28 denti (spesso definiti come “denti da latte”, o “denti cucciolo”). Il secondo set è di 42 denti permanenti o adulti. A volte il numero di denti permanenti o adulti può variare, e va bene fintanto che non causano cattivi morsi. Da cuccioli, non hanno denti perché il latte è l’unico cibo di cui hanno bisogno. I denti cresceranno dall’età di 3-8 settimane, in ordine di incisivi, canini e premolari. Gli Yorkie cuccioli non hanno denti molari. Gli Yorkie cuccioli inizieranno a perdere i loro denti di latte quando i denti permanenti inizieranno a fare la loro comparsa all’età di 4-8 mesi. Quando i cani hanno circa 8 mesi di età, i denti devono essersi completamente sviluppati.

    I cani yorkshire come le altre razze di cani piccoli possono avere problemi se i denti da latte non cadono o se i denti permanenti non crescono. Se il dente da latte non cede al dente in arrivo, dovrebbe essere rimosso perché può causare una malocclusione o un cattivo morso. Talvolta i nuovi denti sono costretti a crescere in una posizione anomala e in seguito causano un cattivo morso. I denti trattenuti possono restare o cadere dopo alcune settimane che i nuovi denti si sono sviluppati. Quando necessario, i denti devono essere rimossi chirurgicamente.

    Come altre razze piccole, gli Yorkies sono anche soggetti a malattie dentali gravi. Questo perché hanno una mascella piccola e i denti non possono cadere in modo naturale. Ciò può causare ostruzioni e placche e i batteri possono eventualmente svilupparsi sulla superficie dei denti, portando alla malattia parodontale. Inoltre, i batteri possono diffondersi ad altre parti del corpo e causare problemi cardiaci e renali. La migliore prevenzione è la regolare spazzolatura dei denti con un dentifricio formulato appositamente per i cani. Non è consigliato fare uso del dentifricio umano perché forma facilmente delle schiume che possono essere ingerite dal cane.

    Difetti genetici del cane yorkshire

    Alcuni disturbi genetici sono stati trovati in Yorkshire Terrier, tra cui distichiasi, idrocefalo, ipoplasia di tane, sindrome di Legg-Calvé-Perthes, lussazione della rotula, displasia della retina, collasso tracheale, e calcoli alla vescica. Questi sono i difetti congeniti più comuni che colpiscono il cane yorkshire:

    Distichiasi. Questa disfunzione può irritare gli occhi e causare lacrimazione, quando il cane socchiude gli occhi; il problema, però, può causare anche infiammazione, abrasioni corneali o corneale ulcere e cicatrici. Le opzioni di trattamento possono includere la rimozione manuale, elettrolisi, o la chirurgia.

    Ipoplasia. E’ una mancata formazione del punto di articolazione della seconda vertebra cervicale, che porta danni al midollo spinale. L’esordio della malattia può verificarsi a qualsiasi età, e produce sintomi che vanno dal dolore al collo alla tetraplegia.

    Sindrome di Legg-Calvé-Perthes. Agisce sulla parte superiore del femore (osso della coscia). La causa sembra derivare dalla circolazione insufficiente alla zona intorno all’articolazione dell’anca. Poiché l’apporto di sangue è ridotto, l’osso nella testa dei crolli femore e muore e il rivestimento di cartilagine intorno diventa incrinato e deformato. Di solito la malattia si manifesta quando il Yorkie è giovane (tra i cinque e gli otto mesi di età) ; i sintomi sono dolore, o zoppia. Il trattamento standard è la chirurgia per rimuovere la parte interessata del tessuto osseo. Dopo la chirurgia, i muscoli vano tenuti fermi per evitare lo sfregamento sull’osso. Anche se la gamba colpita sarà leggermente più corta rispetto a prima dell’intervento, il cane può riacquistare l’uso quasi normale delle zampe.

    Lussazione della rotula. E’ un altro difetto comune considerato genetico in questi cani, anche se può anche essere causato anche da una caduta accidentale. I legamenti deboli e o tendini del ginocchio malformati, permettono alla rotula di scivolare fuori dal suo solco laterale. Un cane con questo problema può accusare frequente dolore e zoppia o può essere disturbato solo occasionalmente. Nel corso del tempo, le rotule si possono logorare, rendendo il solco ancora più profondo e causando la zoppia del cane. La chirurgia è il principale trattamento disponibile per la lussazione delle rotule, anche se non è necessario che ogni cane ne faccia ricorso.

  • Cane Dogue de Bordeaux – Caratteristiche, Alimentazione e Carattere

    In questa guida spieghiamo quali sono le caratteristiche del cane Dogue de Bordeaux, il suo carattere e l’alimentazione corretta.

    Cane Dogue de Bordeaux: il molosso imperturbabile

    A questa ferrea regola sono quasi sempre sfuggiti i grandi molossoidi, oggi solo ap­parentemente anacronistici se si vuol con­siderare il loro limitato utilizzo della mag­gioranza di essi rispetto al passato.Questi cani furono sempre oggetto di grande interesse e lo testimonia il gran nu­mero di razze create nelle varie aree geo­grafiche.

    I molossoidi, accomunati da quello loro caratteristica espressione imperturbabile, hanno attraversato indenni i secoli, sempre, inossidabili alla volubilità della moda.

    Oggi le grandi razze molossoidi sono utilizzate nella guardia e, in casi più limitati, nella difesa degli armenti.Tramontata l’epoca dell’impiego bellico, fu­rono in anni nemmeno troppo lontani aus­iliari nella caccia grossa, nella custodia dei Beni e, purtroppo, anche impiegati nei combattimenti con i consimili.

    La genesi del ceppo molossoide si perde nel tempo e quindi può essere ipotizza­bile ma solo a grandi line, senza nessuna certezza.

    La filogenesi non è una scienza dogmatica. lnconfondibili nel loro aspetto somatico, i molossoidi grandi e piccoli sono caratter­izzati da una struttura massiccia e possen­te, cranio alquanto voluminoso, testa qua­si sempre brachicefala (cioè più larga che lunga) con muso corto e forte e vantaggio­so sviluppo delle arcate zigomatiche e dei muscoli masseteri.

    II tutto serve a garantire una presa ferrea. Taluni cinologi asseriscono che il capos­tipite delle numerose razze molossoidi di grande mole oggi esistenti sia individua­bile nel Mastino Tibetano, probabilmente in una sua forma arcaica (o forse anche più recente) ma probabilmente scomparsa negli anni cinquanta allorquando la Cina (tra l’indifferenza del mondo) invase in maniera devastante e cruenta il Tibet imponendo al mite popolo Tibetano una secolarizzazione che non risparmiò nulla.

    Keller, Kraemer e Tschudy indicano l’Asia come luogo d’origine e conseguente centro di diffusione del primo Mastino, che pare sia appunto quello Tibetano, di cui si han­no notizie nella letteratura cinese risalente al 1121 avanti Cristo.

    Fermo restando che non è data sapere da dove sia spuntato questo primo Mastino, – e curiosamente nessun cinologo, si è mai preoccupato di por­si domande in tal senso – si ipotizza che dall’altopiano del Tibet questi cani si siano propagati dapprima nel Nepal, poi in Cina e in India da dove poi approdarono in Grecia e successivamente presso i Romani i quali li condussero al loro seguito nel res­to di quello che oggi e il territorio Europeo e all’epoca si stavano delineando i nuovi confini dell’impero.

    La diffusione dei molossoidi potrebbe essere avvenuta per tre vie.La prima riconducibile ai Fenici, mitici navi­gatori e abili commercianti che con indomi­to coraggio e non comune spirito di intra­presa solcarono i mari per barattare merci di ogni genere e forse anche cani.

    Non vi sono oggettivi riscontri, ma è incon­futabile che cani molossi sono presenti in tutti i Paesi dove approdarono le navi feni­cie, dall’Italia, alla Spagna, alla Francia e alla Britannia.

    La seconda potrebbe essere la diretta con­seguenza delle conquiste greche in Asia. Alessandro Magno, nel corso delle campagne belliche asiatiche, fu costretto a fronteggiare inaspettatamente cani da combattimento di inaudita ferocia e al ritorno in Macedonia e verosimile che ne abbia condotti con se.

    Nel 168 a.C. Paolo Emilio conquista la Macedonia e parte integrante del bottino di guerra furono cento molossi dell’Epiro, probabili discendenti dei cani che Alessandro si era portato dall’Asia. La terza ipotesi prende corpo dai mitici “pugnaces britanniae”, cani da combat­timento usati in battaglia dai Britanni con­tro l’esercito invasore di Giulio Cesare. II valoroso condottiero potrebbe averne portato in Italia alcuni esemplari. Certuni propendono per una formazione tutta europea del ceppo molossoide, individuandone il capostipite nel massiccio lupo della Svezia centrale, caratterizzato da una testa imponente.

    A tutte queste belle ipotesi è attribuibile un valore paritetico perche nes­suna di esse può smentire l’altra.

    Sussiste la solo certezza etimologica: il termine “molosso” deriva dai Molossi, popolo dell’antico Epiro, oggi regione della Grecia affacciata sul Mar lonio.

    Cane Dogue de Bordeaux: la storia

    Anche le origini del cane Dogue de Bordeaux non possono essere individuate con preci­sione.

    Esiste una descrizione piuttosto dettagliata tramandataci da Varrone (risalente al pri­mo secolo a.C.) e traendo spunto da questa testimonianza, i cinologi transalpini – eterna­mente animati dal loro inguaribile sciovin­ismo – vorrebbero precipitosamente classi­ficare la razza come autoctona in aperto contrasto con una verosimile teoria anglo­sassone che propende per una discenden­za diretta dal Mastiff e dall’immancabile Bulldog Inglese.

    Quest’ultimo, un tempo somaticamente diverso dall’attuate, contribuì alla creazione e alla ricostituzione di molte razze molossoi­di, compreso il nostro Mastino Napoletano. Non manca chi vorrebbe il Dogue di Bordeaux discendente da mastini giunti in Europa al seguito del popolo invasore de­gli Alani. Altri autori ravisano incroci tra l’Alano, il Mastiff e l’iberico Dogue de Burgos.II Dogue di Bordeaux è considerata, tra le razze francesi, la più antica in assoluto.

    Cane Dogue de Bordeaux: il carattere

    Pare che agli inizi del novecento questo cane fosse molto popolare in Francia come cane da combattimento soprattutto nei din­torni della città omonima da cui prese poi la denominazione ufficiale.

    L’evolversi della cultura influisce anche sui criteri selettivi delle razze canine e nell’attualita l’obiettivo da porsi deve essere quello di mantenere inalterate le carat­teristiche somatiche ma sfrondando il carat­tere dai fattori oggi indesiderabili perche anacronistici.

    Compete all’allevatore dare consigli appro­priati ai proprietari dei suoi cani perchè nessun cane di utilità deve essere gestito da persone inesperte.

    Attualmente il cane Dogue di Bordeaux è ap­prezzato come cane guardia e quindi deve essere ben equilibrato e saper esternare una giusta dose di aggressività solo a ra­gione veduta.

    Compito del cane guardiano è quello di tenere lontano gli estranei dalla proprietà con la sua stessa presenza e con l’abbaio. II cane possiede uno spiccato senso della territorialità (anche se varia da razza a raz­za) e questo fattore consente alle razze da guardia di svolgere egregiamente questa antica quanto utile funzione.

    II cane deve essere lasciato libero nel ter­ritorio affidatogli e se questo non è costan­temente possibile, sarà opportuno allestirgli un recinto per i momenti di necessità.

    Nonostante il diffondersi della cultura cino­fila, persiste un errore ricorrente che con­siste nel lasciare il cane da guardia costan­temente nella proprietà senza mai farlo us­cire.

    In tal modo viene frustrato quell’istinto di territorialità che consente al cane di difend­ere do che considera suo.

    Possono bastare un paio di uscite setti­manali per permettergli di percepire diversi stimoli sia olfattivi che acustici.

    La passeggiata costituisce anche un’ottima occasione per mantenere vivo il rapporto affettivo con il padrone che non deve mai venire meno anche se il cane guardiano spesso lasciato solo per motivi contingenti. Certe abitudini devono essere date in pros­pettiva del futuro ruolo e fin da cucciolo si abituerà il nostro amico a non avere ecces­sivi contatti con persone estranee alla fami­glia, pur evitando un isolamento inutile. Si avrà cura di non farlo toccare da estra­nei anche se questa abitudine può appa­rire ovvia perchè in linea generale, nessun cane deve essere toccato senza autorizzazione del padrone.

    Un altro accorgimento utile può essere quello di somministrare il cibo sempre nello stesso luogo.

    L’istinto guardiano fa parte del corredo ge­netico ma deve essere opportunamente col­tivato e incanalato nella sua fase iniziale, cioè nell’età giovanile.

    Per concretizzare un esempio, quando un estraneo si presenta al cancello, il cane – già da cucciolone – abbaierà per difendere il suo territorio.

    Bisogna incoraggiare questo atteggiamen­to positivo facendolo sentire vincitore in modo che acquisisca consapevolezza dei suoi mezzi.

    Si chiederà quindi a una persona compia­cente di fermarsi fuori dal cancello e di al­lontanarsi, con naturalezza e mai brusca­mente, non appena la reazione del cane sarà convincente.

    Ripetendo qualche volta questo semplice ma utile accorgimento in tempi diversi, il cane si sentirà gratificato perchè collegh­erà l’allontanamento della persona al suo abbaiare.

    Lo standard del cane dogue de Bordeaux

    II Dogue de Bordeaux è un cane possente, muscoloso ma non privo di armonia.

    La testa è brachicefala (cioè la larghez­za prevale sulla lunghezza) e molto volu­minosa.

    Nel maschio il perimetro del cranio, misu­rato nel punto di maggior larghezza, può essere uguate all’altezza al garrese. Questa particolarità riveste molta importan­za perchè una relativa maggior potenza contribuisce ad accentuare il dimorfismo sessuale.

    Gli assi cranio-facciali (profili superiori del cranio e del muso) sono convergenti. Devono essere presenti le caratteristiche rughe simmetriche e piuttosto profonde che si accentuano quando il cane è in attenzione. Altro particolare importante perchè contri­buisce a tipicizzare l’espressione.

    II muso deve essere molto più corto rispetto al cranio ed è largo e possente.

    Molto difettoso il muso eccessivamente cor­to e appuntito.

    II naso (tartufo) è nero o color bruno in sinto­nia con il colore della maschera, non deve essere mai macchiato o depigmentato.

    Le mascelle sono larghe e potenti e la den­tatura deve essere compteta e forte.

    II Dogue di Bordeaux è prognato e pertanto la mandibota è più lunga rispetto alla ma­scella.

    II prognatismo non deve però essere ecces­sivo e si quantifica in un paio di centimetri. I denti incisivi e canini non devono essere visibili a bocca chiusa. Le labbra superiori sono pesanti, legger­mente pendule, e si arrotondano in pros­simita del mascellare inferiore.

    La tipica espressione del cane Dogue de Bordeaux denota equilibrio e fierezza ed importante che gli occhi siano ben distan­ziati fra di loro e di colore che va dal noc­ciola al bruno in sintonia con il colore della maschera.

    Le orecchie sono relativamente piccole e di colore appena più scuro rispetto al colore del mantello, con la base un po’ sol­levata e ricadenti lungo le guance.L’incollatura è massiccia, il toraceampio e disceso, ben sviluppato e pos­sente.

    La coda portata basso ed è spessa alla radice, la punta non oltrepassa il garretto. Il pelo è corto, fine, di color mogano a fulvo in tutta la sua gamma.

    Risulta essere caratteristica la maschera nera o rossa. L’altezza al garrese varia da cm 60 a 68 nei i maschi e da cm 58 a 66 nelle femmine.

  • Cani Antimina – Addestramento e Storia

    Fino alla Seconda guerra mon­diale non si sapeva quanto fosse straordinario l’olfatto dei cani, e in natura non è neppure il migliore, I’orso lo ha quattro volte più sensibile di quello di un segugio Bloodhound, e per capirlo basterà pensare a quel che fece in quella guerra l’esercito sovietico. Addestrarono dei cani — muniti di uno zainetto pieno di esplosivo collegato a una antella come detonatore — a correre verso i carri armati tedeschi e a infilarsi tra i cingoli cercando il cibo, così com’erano stati addestrati. In questo modo il carro armato veniva distrutto. Almeno, così pensavano i russi. Ma quando nel 1942 li usarono in battaglia, a esplode­re non furono solo i blindati tedeschi, ma soprattuttoquelli russi. Si scoprì poi che questi ultimi avevano addestrato i cani con i loro carri armati che anda­vano a gasolio, mentre i panzer tedeschi usavano la benzina. E i cani grazie al loro olfatto erano attirati da quelli a gasolio, perchè quello gli era stato incon­sapevolmente insegnato. L’esperimento finì in breve, però questo non significa che i cani non servirono in quanto quelli sovietici contribuirono a trovare e neutralizzare più di 4 milioni di mine e proiettili d’ar­tiglieria inesplosi. Attenzione, solo quando gli inse­gnarono a farlo.

    Cani antimine: una storia mondiale

    L’Inghilterra allo scoppio della Seconda guerra mon­diale ordinò l’abbattimento di circa 200.000 cani in quanto si supponeva che avrebbero tolto cibo alla popolazione, e in effetti l’intero esercito ne schierò solo 600. I tedeschi invece ne avevano pronti oltre 200.000, di poche razze selezionate e super addestrati, sapendo che sarebbero stati utilissimi. Gli inglesi dal 1943 si trovarono nei guai quando il nemico invece di piazzare mine antiuomo con involucro di metallo — che i metal-detector individuavano utilizzò quelle di plastica. A differenza dell’eser­cito statunitense, che ritirò i cani antimina, l’esercito britannico però ottenne dei risultati. Non totali, ma incoraggianti. Visto che le mine venivano sotterra­te, si scoprì che i cani percepivano la differenza di odore della terra rimossa. Per far capire ai cani che bisognava individuarle, durante l’addestramento li si portava vicino a piccole buche coperte, in cui naturalmente non c’erano mine ma congegni elettrici. Quando il cane li toccava veniva colpito dalla scossa e così capiva che era meglio individuarle prima fiutando la terra smossa nonchè, almeno per un po’, la differenza di temperatura. Insomma, non si sape­va che i cani sono in grado di fiutare proprio l’esplo­sivo. Lo si scoprì dopo.

    Durante la Guerra d’Algeria l’esercito francese uti­lizzò i cani. Le mine e gli ordigni usati negli atten­tati divennero un grosso problema e quindi i cani addestrati erano preziosi. Venivano liberati, oppure tenuti con un guinzaglio molto lungo, nelle zone da ispezionare e precedevano di una trentina di metri il conduttore e la relativa scorta di soldati. Una volta individuata la bomba il cane, senza abbaiare per non attrarre I’attenzione di eventuali nemici, si sede­va sulle zampe posteriori, con la testa in direzione della mina. Questa posizione era dovuta all’insegna­mento, in quanto nel sedersi il cane arretra. Se si fos­se invece sdraiato, si sarebbe avvicinato all’ordigno, con maggiori rischi. Era il conduttore che doveva percepire, anche a distanza, ciò che il cane voleva fare capire e quindi la sintonia fra animale e uomo doveva essere totale. Un secondo tipo di ad­destramento invece fa­ceva si che il cane una volta scoperta la mina tornasse indietro sui suoi passi. Naturalmen­te chi piazza le trappo­le explosive, ieri come oggi, cerca anche di uccidere i cani antimi­na e i loro conduttori, posizionando meglio delle mine antiuomo intorno ad altre più facilmente in­dividuabili e che fanno da esca. A volte (lartificiere decideva, e decide, di fare saltare la bomba con una piccola carica esplosiva e si mette al riparo a una distanza ritenuta sufficiente, senza sapere che alla bomba, magari posta sotto, c’e una carica esplosiva molto più potente che lo ucciderà anche a quella distanza. Questo stratagemma viene usato anche oggi. Chi pone la mina, purtroppo, spesso è esperto e fantasioso, e prima di piazzarla ha previsto dove si ripareranno le sue potenziali vittime. Avrà capito che i nemici (soldati, artificiere, cane e conduttore) si andranno a riparare proprio dietro quel muro a quel macigno, e lì disporra altre mine. E’ vero che “Un artificiere fa solo un errore in tutta la vita”. Lo stesso vale per i cani e conduttori, legati da affetto e solidarietà difficili da spiegare. Ci sono stati casi di conduttori feriti o uccisi i cui cani non li hanno ab­bandonati neppure sotto il fuoco nemico, e casi di cani feriti i cui conduttori li hanno trascinati via no­nostante fossero presi di mira.

    In Iraq i cani antimina sono molto utili, mentre non lo sono in aree molto umide come quelle pluviali, con frequenti acquazzoni che lavano il terreno da­gli odori. Ancora peggio è quando le mine vengo­no piazzate sotto l’acqua nei ruscelli e nelle risaie, come facevano in Vietnam, e in quel caso il cane assolutamente non le percepisce. II 33% delle vittime statunitensi nella Guerra del Vietnam — e la maggior par­te morì — è stato ufficialmente attribuito alle mine, incluse quelle artigianali purtroppo tanto usate in Iraqe Afghanistan, ossia i cosiddettiIED (Improvised Explo­sive Device) piazzati dai guerriglie­ri utilizzan­do esplosivo estratto daproiettili ebombe inesplose o addirittura preparandolo e miscelando fertilizzanti chimici e altre sostanze. Ogni volta che gli artificieri disattivano una mina trovando un nuovo tipo di esplosivo, lo si invia ai reparti cinofili affinchè i cani imparino a riconoscerlo. Essendo piazzati gli IED soprattutto lungo le strade anche trafficate lunghe decine di chilometri, si capisce che le colonne di automezzi militari devono procedere a buona velocità per cercare di non essere colpiti e in tal caso non si possono usare i cani antimina in quanto rallenterebbero l’avanzata facen­do quindi aumentare il rischio di essere colpiti con i lanciarazzi portatili. Naturalmente i cani non pos­sono nulla nel caso di auto o camion-bomba guidati da suicidi, non percependo l’odore dell’esplosivo su un mezzo in velocità. Per parare questa eventualità, gli unici in grado di farlo sono i soldati.

    I guerriglieri piazzano questi ordigni anche inseren­doli nelle carcasse in decomposizione di animali (e in certi casi addirittura in cadaveri umani) o appen­dendole in alto, su alberi o pali della luce. Sono stati inseriti persino all’interno di tronchi d’albero e dentro i muri, cementandone poi i buchi. In altri casi sono state appese ad asini e cani suicidi (naturalmente inconsapevoli) addestrati dai guerriglieri. Inoltre, so­vente si spruzzano le mine di gasolio, al fine di im­pregnarle di un odore diffuso e che copre in parte quello dell’esplosivo. Se il cane non individua un tale trucco, a volte puo farlo il conduttore in quanto con il caldo e con il passare del tempo il gasolio eva­pora e trasudando dalla terra forma una macchia oleosa. Comunque difficilissima da notare, specie su una strada sterrata su cui circolano vecchi mezzi a motore che lasciano, a loro volta, tracce di olio e gasolio. I cani da rilevamento non cercano solo l’e­splosivo, ma anche altre sostanze. Per esempio, il ritrovamento di grosse quantità di saponette può in­dicare che da qualche parte si stanno preparando bottiglie molotov. II sapone infatti viene grattuggiato e miscelato con la benzina e quando la molotov si rompe e s’incendia, quel liquido infiammabile e vi­scoso aderisce ovunque, con effetti ben più terri­bili. Naturalmente, se si trovano anche molte bot­tiglie vuote le probabilità salgono.

    Cani antimine: quali sono le razze migliori?

    Le razze più utilizzate — dopo un’attenta selezio­ne individuate, che è an­cora piu severa per i con­duttori — sono il Pastore Tedesco e in misura an­cora maggiore il Labra­dor e il nevrile Pastore Belga Malinois (tutti maschi). I soldati francesi dico­no che i loro cani siano in grado di scoprire al 90 per cento eventuali ordigni esplosivi e usano i Mali­nois perchè, come il Pastore Tedesco, sono in grado di fare tutto. Un Malinois di soli 30 kg è capace di saltare e mordere una persona a due metri d’altezza o atterrare un uomo robusto o sfondare il vetro di un automezzo usando una particolare museruola metallica. Dopo un addestramento di quattro mesi i cani antimina sono in grado di riconoscere varie sostanze di questo tipo, come il nitrato di am­monio, cordite, plastico o dinamite e individuare le bombe anche se sotterrate a un metro di profondità. Ma questo lo dicono i francesi, e potrebbe non essere vero, a meno che I’ordigno non sia stato sepolto da parecchio tempo, per cui le particelle odorose dell’eplosivo gradualmente hanno saturato quel punto. Asseriscono anche che i loro cani sono in grado di percepire l’odore dell’esplosivo, in caso di vento a favore, persino da un centinaio di metri di distanza. I militari italiani invece usano più spesso i Pastori Te­deschi, addestrati con diverse specializzazioni: EDD (Explosive Detection Dog, ricerca di esplosivi di ogni tipo, trappole esplosive in superficie o nascoste su automezzi o infrastrutture) e MDD (Mine Detection Dog, ricerca di mine e ordigni esplosivi collocati sotto il terreno). Alcuni sono scout, per cui sono adde­strati per entrambe queste ricerche e cioè sia I’indizio oltre che a riconoscere e segnalare a distanza la presenza di elementi ostili. Poi ci sono i patrol, da pattuglia, impiegati anche per compiti di sorve­glianza, sicurezza e ordine pubblico.

    Cani antimine: dove vengono addestrati in Italia?

    Tutti i cani provengono dal Gruppo Cinofilo dell’esercito, creato nel 2000 in seno al Centro Militare Veterinario (Ce­mivet) di Grosseto, istituito nel 1870. E’ un reparto specializzato nell’allevamento e addestramento dei cani nelle differenti mansioni, e che vengono forniti ai contingenti militari all’estero, nonchè a quelli ope­ranti in Italia. Inizialmente i cani venivano acquistati all’estero ma ora ci si avvale di un proprio alleva­mento, anche perchè nel Centro Militare Veterina­rio lo spazio certo non manca, visto che si tratta di 560 ettari. II suo prestigio è tale da rappresentare un punto di riferimento anche per il mondo scientifico e universitario. Ogni anno, i migliori 60 studenti pros­simi alla laurea — scelti fra quelli di tutte le facoltà di veterinaria italiane — partecipano a un campus di quindici giorni all’interno del Centro. Per quanto riguarda I’allevamento è specializzato per il Pastore Tedesco (ha un proprio affisso ENCI), ma vengono allevati, selezionati e addestrati anche Malinois e Labrador. I metodi di addestramento, con varie fasi di crescente difficoltà, sono sempre basati sulla dolcezza e rispetto per l’animale, e naturalmen­te sul gioco per quanto riguarda alcune specializza­viduazione di depositi di esplosivi sia di mine o IE. Per esempio, il cane antimina gioca a cercare una pallina impregnata dagli odori che dovrà ricercare, come gli esplosivi. Naturalmente una volta in azione gioca ancora, ma con la morte, come it suo amico umano. Al cane si indica cosa deve fare ricor­rendo anche alla tecnica del “clicker trainer”, una sorta di cicalina da abbinare agli ordini da dare all’animale, per rafforzarli ed estenderli nello spa­zio. Nelle vicinanze del Centro, ovviamente sempre in area militare, è stato creato uno scenario di guer­ra con situazioni simulate nel quale conduttori e cani si esercitano. In totale, l’addestramento dei cani animina dura 10 mesi, seguito da un altro di un mese all’estero, in Kosovo. I cani rimangono in servizio 8-10 anni. Sarà bene ricordare che i cani vengono utilizzati soprattutto per individuare le mine, specie quelle an­tiuomo che ogni anno continuano a uccidere e stor­piare innocenti civili. Milioni di mine, magari piaz­zate decenni prima e dimenticate, ma che rimango­no sempre attive. In Afghanistan, per esempio, sono state poste per decenni da sovietici, mujaheddin e talebani. I cani in Afghanistan e Iraq hanno salvato e salvano moltissimi soldati, ma salvano anche gli ex soldati. Molti veterani, ancora in servizio o no, dopo queste terribili esperienze si sono suicidati. II loro numero è elevatissimo, anche se non divulgato come sarebbe il caso. Si chiudono in se stessi e non comunicano, non evidenziando il pericoloso livello di stress raggiunto. La terapia usata per aiutarli sono proprio i cani, che vengono regalati e mantenuti da apposite associazioni grazie a donazioni di enti e privati. Parrà strano ad alcuni, ma interagire con i cani, accarezzarli, giocarci e riceverne le sincere at­tenzioni che questi animali sono in grado di assicu­rare, ha un grande effetto rilassante. Sia nella zona di guerra che una volta in patria. I cani militari sono soldati e come loro meritano rispetto e considerazio­ne anche una volta ritirati dal servizio.

  • Caccia al Cinghiale – Informazioni Utili

    La braccata, laddove consentita, deve essere regolamentata in modo dettagliato, con lo scopo di migliorare la sicurezza e l’efficacia delle azioni e ridurre, contemporaneamente, l’impatto determinato sulle altre specie di fauna selvatica, prime tra tutti gli ungulati. Va inoltre necessariamente previsto anche il servizio di recupero dei capi feriti, formato da un adeguato numero di “unità di recupero”, costituite da un cane e un conduttore abilitati, distribuite sul territorio, alle quali le squadre di caccia dovrebbero obbligatoriamente rivolgersi in caso di man­cato ritrovamento delle carcasse dei cinghiali abbattuti. E’ infatti importante che il capo colpito e ferito venga ritrovato e abbattuto e ciò per ragioni di sicurezza, ma anche di etica venatoria e per motivi economici. L’azione di recupero non è un’azione di caccia, ma un importante servizio di gestione faunistico-venatoria e pertanto prescinde dai limiti posti dal calendario venatorio e dalla rigida delimitazione degli istituti venatori pubblici e privatistici. Il recupero quindi dovrebbe essere svolto in ogni giorno della set­timana e anche negli istituti di protezione, naturalmente con ogni precauzione possibile.

    Periodi e giornate di caccia al cinghiale

    I periodi per lo svolgimento della caccia al cinghiale sono fissati dalla legge statale sulla caccia n. 157/1992, dalle leggi regionali e dai calen­dari venatori, che sinteticamente sono così rappresentati:

    – un periodo autunnale-invernale (da ottobre a dicembre o da novem­bre a gennaio) per la caccia in braccata e in girata;

    – un periodo più esteso (in linea generale da giugno a gennaio, ma anche a partire da aprile) per la caccia di selezione.

    La normativa statale al riguardo consente la possibilità di praticare la caccia di selezione agli ungulati (e il cinghiale a un ungulato) per un periodo più ampio rispetto a due mesi canonici previsti dalla legge n. 157/92 sulla base di adeguati piani di abbattimento, distinti per sesso e classe d’età. La caccia di selezione, rispetto al controllo, ha però il limite dei tempi di svolgimento, estesi da un’ora prima dell’alba a un’ora dopo il tramonto, a differenza del controllo che invece può essere svolto anche di note (su autorizzazione personale), quando è più facile contattare il cinghiale viste le sue abitudini prevalentemente notturne. Si rende inoltre opportuno definire le giornate, durante le quali possono essere esercitate la cacce collettive al cinghiale in modo omogeneo sull’intera unità territoriale di riferimento, tenendo anche in considerazione le esigenze dei cacciatori che praticano altri tipi di caccia, ma anche di quelle persone che fruiscono del territorio per attività non venatorie (come la raccolta dei funghi e le escursioni)

    L’organizzazione territoriale del prelievo venatorio deve assoluta­mente mirare al forte coinvolgimento dei cacciatori, sia singoli sia in squadra, nella gestione della specie e delle problematiche della stessa prodotte. Diventa pertanto obbligatorio l’individuazione di zone fisse di caccia, in cui le singole squadre possano praticare un diritto di caccia esclusivo, assumendosi, contemporaneamente, tutte le responsabilità che la gestione del cinghiale comporta, riguardanti sia lo svolgimento dei censimenti, del rilevamento e del risarcimento dei danni, la realizzazione dell’attività di prevenzione e l’attuazione degli interventi di controllo. Per evitare che si possano generare contrappo­sizioni tra le varie squadre sarà quindi opportuno che le zone assegna­te alle singole squadre abbiano superfici e densità animali simili in modo da ottenere carnieri equivalenti. Ogni anno, sulla base dei dati di consistenza stimati e delle densità ritenute compatibili con le attività agricole, vengono predisposti i piani di abbattimento da assegnare a ogni squadra. Il prelievo dovrà essere poi continuamente monitorato in modo da valutare in tempo reale l’andamento degli abbattimenti e, in caso di inadeguatezza dei piani formulati rispetto alla reale con­sistenza del cinghiale sul territorio, si potrà, in presenza di rischi di danno alle colture, intervenire concedendo un ampliamento del piano. Qualora invece il piano di abbattimento non venga completato si potranno organizzare degli interventi di controllo a caccia terminata, al fine del raggiungimento degli obiettivi prefissati. Al termine del pe­riodo di caccia, dopo che sono stati raccolti e analizzati i dati definitivi relativi all’attività svolta, a opportuno che vengano organizzati dagli A.T.C. incontri pubblici con le diverse categorie di interesse (cacciatori, agricoltori, ambientalisti) per l’illustrazione dei risultati ottenuti: questa sicuramente è un occasione per consolidare le motivazioni poste alla base della loro collaborazione.

    L’organizzazione del controllo

    Qualora il cinghiale sia anche causa di eccessivo impatto alle attività agricole e all’ambiente naturale è possibile ricorrere allo strumento del controllo, sulla base del parere dell’I.S.P.R.A. Questo potrà avvenire anche nelle aree protette (inclusi i parchi), dove l’assenza della caccia spinge i cinghiali a rifugiarsi e a concentrarsi durante la stagione ve­natoria; nelle zone sottoposte invece alla gestione programmata della caccia, il ricorso al controllo risulta importante ai fini del completamento del piano strutturato, con l’obiettivo di ridurre la popolazione al di sotto della soglia di densità prevista: proprio per questo motivo, lo strumento del controllo dovrebbe essere considerato solo come un intervento correttivo da utilizzarsi in maniera eccezionale. Anche per il controllo, come per la caccia, è necessaria la preventiva stesura di un regolamento che stabilisca in modo chiaro, tempi, modi e soggetti coinvolti, al quale poi andrà affiancato, con cadenza annuale, un documento di programmazione delle attività all’interno del quale dovranno essere specificati gli obiettivi da raggiun­gere. A questo riguardo sarà estremamente importante che vi sia uno stretto coordinamento nella definizio­ne e raggiungimento degli obiettivi, tra amministra­zioni provinciali e enti gestori delle aree protette.

    Indispensabile la partecipazione dei cacciatori

    Il ricorso a cacciatori all’uopo abilitati (coadiutori nel controllo del cinghiale) si rende ormai indispen­sabile in quanto le sole figure istituzionali (polizia provinciale, guardaparco, corpo forestale ecc.) non sono assolutamente in grado di far fronte a una in­tensa e diffusa attività di contenimento. I coadiutori al controllo del cinghiale dovranno essere stati ade­guatamente formati, anche per quanto riguarda gli aspetti amministrativi legati a tale attività (che non sono gli stessi previsti per la caccia ancorchè le tec­niche utilizzate spesso siano le stesse), e dovranno essere coordinati dal personale di istituto. La Provincia di Verona, proprio per incentivare le azioni di controllo sul territorio, ha assegnato, ad esempio, all’A.T.C. o al Comprensorio alpino (a seguito dell’ac­quisizione della loro disponibilità), l’organizzazione e l’attuazione degli interventi di controllo in modo autonomo, a seguito della condivisione degli obietti­vi da raggiungere e del “percorso” tecnico-operativo e amministrativo per il loro svolgimento. In ragione alle finalità che stanno alla base dell’attività di con­trollo (che a quella di ridurre gli impatti prodotti), indispensabile che gli interventi vengano effettuati preventivamente all’insorgere dei danni alle colture, concentrando gli sforzi nel periodo compreso tra gennaio e maggio.

    Metodiche e periodi di controllo

    Le metodiche di controllo devono essere a basso impatto e quindi saranno rappresentate dal prelievo all’aspetto e dalla girata, che però, nelle zone interessate dalla presenza e gestione del capriolo, dovrà essere vietata da maggio a set­tembre, per evitare di disturbare la fase del parto e dello svezzamento di questa specie. Nelle aree protette il controllo andrebbe effettuato durante il periodo di caccia (novembre-gennaio), così da realizzare un’attiva azione di disturbo in tutte quelle parti di territorio che fungono da “rifugio” durante tale periodo e da “serbatoio” per l’irradiamento all’esterno una volta terminato questo. Nelle zone interessate dalla caccia, il controllo in­vece dovrà essere effettuato prevalentemente al di fuori dello stesso. Anche per il controllo, al pari che per la caccia, sarà indispensabile a fine anno rendicontare l’attività svolta al fine di valutare i risultati che dovranno essere presentati a tutti soggetti direttamente coinvolti e alle diverse categorie sociali interessate nella gestione faunistico­venatoria del cinghiale.

    La formazione del personale

    E’indispensabile che i cacciatori coinvolti, sia nell’attività venatoria sia ancor più nel controllo, siano consapevoli delle scelte gestionali effettuate e che, contemporaneamente, si mostrino adeguatamente preparati a svolgere un ruolo attivo. La formazione tuttavia non deve riguardare solo i cacciatori, ma più in generale tutte le altre figure professionali, a diverso titolo e grado, coinvolte nella gestione di questa specie così problematica. Ogni amministrazione provinciale o ente gestore dell’area protetta si sono adoperati in questi anni a crearsi, all’interno del territorio di propria competenza, un numero adeguato di operatori preposti alla gestione del cinghiale. A tal proposito, a seconda delle metodiche di prelievo consentito, tali corsi formativi saranno finalizzati al rilascio dell’abilitazione, ottenibile a seguito del superamento della relative prove d’esame finale, a caccia­tore di cinghiale in braccata, caposquadra per la caccia in braccata, coadiutore ai piani di controllo, conduttore di cane Jimiere (per la girata), conduttore di cane da traccia per it recupero degli ungulati feriti, rilevatore dei danni da cinghiale all’agricoltura, rilevatore bio­metrico.